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BABYLON MAGAZINE |by Cenn Daniel

Voto: 7,5/10

I norvegesi Circles End arrivano dopo tre lunghi anni alla pubblicazione di questo che è il loro secondo full length, e si tratta di un gran bel ritorno. Dopo aver anticipato le due tracce forse più rappresentative - o perlomeno le più godibili - dell'album ("Echoes" e "Long Shot") includendole in un singolo che ha visto la luce ormai più di un anno fa, i Circles End confermano tutte le aspettative che si erano formate intorno al loro nome dopo un avvio di carriera piuttosto promettente. E non stupisce che il sestetto scandinavo si sia saputo riconfermare con questo lavoro, visto che le canzoni erano in lavorazione già da parecchio tempo; se al meticoloso lavoro di composizione e arrangiamento si aggiunge poi una ricerca della perfezione tecnica che rasenta la pignoleria, abbiamo già un'idea di massima di quello che ci aspetta in "Hang On To That Kite". Il CD è un ottimo esempio di prog rock moderno, senza troppe concessioni alle sperimentazioni sinfoniche ed alla tipica psichedelìa settantiana, anche se i rimandi ai "padri fondatori" del genere non mancano di certo, prima di tutto nella fantasia che pervade un po' tutto il disco. Il sound è leggero, frutto di un'esecuzione meticolosa che vuole far trasparire una grande attenzione verso le melodie. Anche i testi, che potremmo definire "ingenui" (ma in senso ricercato, non "stupidi" né banali) contribuiscono a suggerire un'atmosfera un po' sospesa e rilassata; e il cantato di Karl Riis Jacobsen, ennesimo (e speriamo definitivo) singer della band, li interpreta sicuramente in questo senso. Curiosa, ma non nuova ai Circles End, la presenza di uno strumento "outsider" come il sassofono di Jon Trygve Olsen, incastonato alla perfezione nell'opener "Echoes" e nella finale "The Dogfather Has Entered The Lift", dove Olsen si produce in un assolo davvero pregevole. Già sul disco di debutto i Norvegesi avevano fatto uso di un violino, ma non c'è dubbio che questa new entry colpisca - e si è trattato comunque di una bella pensata. L'album in sostanza è un susseguirsi di lodie abbastanza pacate, sempre in grado però di coinvolgere l'ascoltatore, costretto a prestare vigile attenzione per tutta la sua durata. Momenti un po' più frenetici, dai ritmi più sostenuti, non mancano ad esempio nella già citata "Echoes" e nelle due tracce conclusive, "Peeping Tom" e "The Dogfather Has Entered The Lift". Bisogna dire che ci si perde volentieri tra le note di "Hang On To That Kite", e ciò può valere tanto per gli amanti del genere, che non potranno non apprezzare queste nove tracce di sano rock progressivo, quanto per chiunque sia semplicemente in cerca di un buon disco, gradevole all'ascolto e perfino rilassante. Complimenti ai Circles End, e speriamo che, perenni assestamenti di line-up permettendo, sappiano regalarci in futuro (magari senza farci aspettare così tanto!) altre piccole perle come queste di "Hang On To That Kite".